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11.2006 | LA VOCE
La donazione, compiuta dalla «Ghisamestieri» di Bertinoro al fondo Piancastelli della Biblioteca forlivese di un'ingente quantità di documentazioni, progetti e fotografie relative al tempo delle storiche fonderie della città, apre uno scorcio storico-artistico su un'epoca a cavallo tra l'Ottocento e il primo Novecento, che vide Forlì divenire, nel pieno della seconda rivoluzione industriale, la «città delle officine». Le fonderie Forlanini, la Società anonima per l'illuminazione a Gas, la Mangelli, preceduta a sua volta dalle filande per la seta (eredi dell'attività domestica di allevamento dei bachi), la Bonavita, rappresentarono una fonte di reddito per la città, che si distinse sia per la qualità delle sue produzioni sia per il proverbiale inquinamento olfattivo. Spicca, tra le altre, la figura dell'industriale Enrico Forlanini (1848-1930). Ingegnere milanese, Forlanini ricevette la fonderia in gestione dalla Cassa dei Risparmi, tanto da poter espanderne l'attività. Le officine Forlanini mantennero la direzione a Milano e lo stabilimento in Forlì; il loro nome mutò presto in «Società forlivese per l'illuminazione a Gas e Fonderia del ferro». Di fatto, il panorama forlivese mutò decisamente, con la costruzione di opifici, che nelle linee mostrarono qualche concessione al liberty e all'addolcimento architettonico, a costituire un patrimonio detto di «arte archeologica industriale». Allo stesso tempo l'illuminazione a gas, che aveva sostituito quella a petrolio, rendeva moderna e in qualche modo più «vivibile» la città anche nelle ore serali.
 
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